ISABELLA CROYS, IL TEMPO E I COLORI

 

È ricorso il recluso di questo Reale Albergo de’Poveri Ignazio Iorio all’Illustre Signor Delegato e Governatore del pio Luogo Don Antonio della Rossa Direttore generale di Polizia, esponendo di aver compiti anni diciotto e di voler perciò ottenere la licenza di uscir dall’Albergo a norma dello statuto del pio Luogo.

 

Di seguito il degnissimo Signor Delegato ha ordinato ai Superiori locali de riferire. Come il suddetto Iorio fu ricevuto nel Reclusorio, così è, che me addirizzo a Vostra Signoria Illustrissima, perché voglia compiacersi di farmi tenere il sentimento di questi degnissimi Signori Governatori sull’assunto, perché me siano de regolamento nella relazione, che dovrò rassegnare, nella intelligenza che il detto Ignazio Iorio trovasi assente dal Reale Albergo presso la di lui sorella. Io sono con pienezze de stime e di ossequio Di Vostra signoria Illustrissima. 11 maggio 1803. Divotissimo, obbligatissimo servitor vostro Giuseppe Vecchioni – Signor Don Nicola Pappadia segretario del Banco dei Poveri.

 

A casa della sorella, lui, non ci è mai andato. Non ci è mai arrivato almeno. Potrei dire di essere stato leggero, di aver fatto mia la sua causa con troppa fretta. Ma fare il lavoro che faccio io, essere come sono io, è una discesa ripida verso facili entusiasmi. Prendersi a cuore le persone è una cosa bella. Sentirsi coinvolti, intendo, mentre la tua giornata sfoglia – come petali rinsecchiti e senza colore – le ore tra una firma e qualche cifra. Dietro una scrivania ad esaminare richieste, elemosine, elargizioni. Noia e grafie. È facile sentirsi coinvolti, così. Sono stato leggero. Ignazio è un giovanotto scuro, con le spalle incurvate e il sorriso che taglia la polvere davanti ai suoi passi. Uno come tantissimi, i capelli arruffati e il torace sottile. Solitamente, praticamente sempre, coloro che scrivono al Banco non si presentano a consegnare le loro richieste. Le affidano a mani più stimabili. Sono solo nomi, sono solo cifre. Soltanto noia graffiata su carta. Ignazio, invece, posò le sue nocche ruvide sulla mia scrivania: giubbone sgualcito e occhi affilati. Non ho una buona memoria, non sono particolarmente abile a ricordare i volti, peggio che altro le precise parole. Ma quelle parole, quelle dita sottili sugli angoli scheggiati, me le ricordo bene.

Voglio tornare a casa mia.

Forse fu perché la mattinata era densa, invasa da quel pulviscolo che diventa dorato quando il sole evade dalle finestre. Quando il giorno ti suggerisce che una dolce noia sta già, nonostante la disattenzione, riempendo la tua mente, trascinandoti verso pensieri liquidi ed inconcludenti. Forse fu perché m’ero svegliato con l’idea di cambiare qualcosa. Notai quelle parole e quel viso e, contravvenendo a tutti gli ordini e i precetti del mio incarico, ascoltai. Ignazio aveva diciassette anni, a pochi giorni dal suo diciottesimo compleanno, si era fatto rapire dall’invincibile idea di scappare via. Era uno dei reclusi, degli ospiti se si preferisce questa parola più confortevole e rassicurante, dell’Albergo dei Poveri. Era uno tra i molti, tra i moltissimi nomi scritti in calce alle lettere di raccomandazione, di supplica, di grazia che mi provenivano, giorno dopo giorno, da quel posto. Però lui aveva anche un volto. Io la sua storia l’ascoltai tutta, senza parlare.

Partì da lontanissimo, divagò immediatamente senza mai risultare febbrile o scomposto, senza mai suggerirmi il sospetto del delirio, della pazzia. All’Albergo, Ignazio, ci era andato volontariamente quando era ancora un bambino. Quel luogo strano e sinistro era stata la meta finale di un suo viaggio, di una sua fuga, dalla quale sentiva ora il bisogno di liberarsi. Non era nato povero, non era stato abbandonato e neppure aveva detestato i suoi genitori. Niente di tutto questo l’aveva spinto a fuggire. Mi raccontò di un grande cortile sterrato, immagini di gioia polverosa e di galline lasciate razzolare innanzi ad una casa di pietra gialla. Ruvide gioie di un quotidiano immensamente lontano. Lui ce l’aveva una famiglia, mi ripeteva. Me lo puntualizzava con ardore crescente, tastando le imperfezioni del tavolo. Lui ce l’aveva, non era un orfano, non c’era motivo che lo trattenessero ancora all’Albergo. La sua famiglia era ancora lì, tra quegli ulivi contorti e argentati di cui mi parlava, tra quelle foglie. Ricordo bene quanto mi parlò di quelle foglie, del loro verde timido. Un verde tendente al giallo, tendente al sole, ai riflessi dell’estate e della calma. Lui ce l’aveva una famiglia e una casa, anche, quindi davvero non aveva nessun obbligo di restarsene chiuso all’Albergo. Ma la sua famiglia? Interruppi. Per la prima volta mi affacciai in quel torrente di parole. Fui travolto, senza risultati e senza deviarne il corso. La sua famiglia era ancora là, ripeté. In particolare era sua sorella, la sua famiglia.

Voi lo sapete quanto si può volere bene ad una sorella?

E no. Io non lo sapevo, perché non ne ho avute di sorelle. Né di fratelli. No. Si incantò, raccontandomi di lei. Tratteggiò, potevo vederlo quasi, nella polvere ocra di quel ricordi, tra le radici degli alberi che aveva evocato, l’immagine di lei. Sdraiata su un’amaca grigia. Di quanto si sentisse tranquillo sotto il suo sguardo, di quanto lei fosse la famiglia da cui tornare, me ne parlò per un tempo incalcolabile. Non lo interruppi. Gli erano rimasti impressi, marchiati dalla nostalgia, tutta una serie di dettagli apparentemente secondari e irrilevanti. Li elencava e li lasciava lievitare con una naturalezza e con una lucidità tale da rendere impossibile anche solo il tentativo di interromperlo, di dubitare delle sue parole. Io ero lì, ero nei luoghi di cui mi parlava. Ero pronto a giurarlo. Vedevo il piccolo gatto miagolare teneramente, aggrappato alle mani della sorella di cui non smetteva di raccontarmi. Potevo quasi scorgerne lo sbadiglio indifeso, il muso minuto, bianco alla fine e striato di carbone e ambra verso le orecchie grandi, tenere. Infondo erano passati solo sette anni, quasi otto. Ignazio voleva ritornare a casa ora. Voleva ritornare dalla sorella e dal suo gatto, al suo cortile ebbro di terra, impazzito di luce. Ritrovarli.

Perché era andato via, allora? Non mi diede il tempo di domandarlo questo. Parlando più a se stesso, forse solo a se stesso, sentì di dover anticipare quella risposta. Con un brivido di frustrazione, stringendo gli occhi e abbassandoli verso le “riggiole” nere e bianche sbottò in un verso seccato. Era fuggito perché era infelice. Perché il giorno del suo decimo compleanno si era sentito immensamente infelice. Aveva visto il giorno nascondersi dietro una nuvola gonfia, aveva sentito qualcosa sussurrare tra le pietre gialle di un muretto cadente. Insomma, confessò alla fine di quella fumosa arringa, aveva avuto paura. Paura di rimanere per sempre in quel cortile e di vivere la medesima vita dei suoi genitori, di rimanere per tutta la vita accanto a quell’amaca a giocare con i gatti e l’erba scottata dall’estate. Chissà da cosa era fuggito Ignazio, che immagine o quale tristezza, l’avevano messo in cammino verso la città.

Ma ora, si riaccese d’improvviso, era il momento di tornare. Di tornare da sua sorella, riabbracciarla e riabbracciare il piccolo gatto e i silenziosi ulivi. Gli sarebbe bastata una piccola raccomandazione. Una breve lettera, come quelle che i suoi “compagni d’Albergo” si facevano scrivere, che valesse come testimonianza e certificato. Ormai era alla soglia dei suoi diciotto anni, stava andando da sua sorella. Aveva avuto una vita complessa, sempre incerta, sempre preda delle suoi bizzarri crolli d’umore. Era venuto a chiedere solo quello: una piccola lettera. Qualcuno che mettesse per iscritto, con buona forma, la sua prossima maggiore età e la sua dignitosa residenza a casa dell’amata sorella. Affinché nessuno lo cercasse più.

Perché non farlo? Perché non credergli? Per una marea di motivi. Perché di quella sorella, lontana otto anni, non c’era neanche il nome. Perché di quella storia non c’era neppure l’inizio, neppure un protagonista sensato. Ma quegli occhi mi guardavano, brucianti e febbrili. Era stata una mattina noiosa e vuota, fino a quel momento. Tutta la mia vita, forse, era stata noiosa e vuota. Ordinata e pulita, fino a quel momento. A quel ragazzo con il giubbone azzurro e l’ansia negli occhi. Quando firmai la lettera – mentirei se dicessi di ricordarne il contenuto –  la sua risata mi destò come da un lungo sogno. Denso e pieno di agitazione. Mi afferrò i polsi, me li strinse e andò via, a passo spedito verso i suoi ricordi assolati. Depositai la lettera tra le altre e lo fissai mentre usciva. Per il resto della mia giornata non pensai che a quell’incontro.

La cercai quella masseria, quegli ulivi e quel cortile. Presi ad avventurarmi, giorno dopo giorno, appena ultimati i miei incarichi, alla ricerca di quel nome e di quei ricordi. Diligenza professionale. Sciocchezze. Era molto di più. Mi incamminavo tra i casali e chiedevo agli sconosciuti se potessero associare le immagini che Ignazio mi aveva rivelato a qualche luogo, a qualche persona. Ne andava della mia serenità, del mio riposo. Dovevo sapere, scoprire i contorni di quella storia. Avevo cambiato qualcosa? Avevo sbagliato? Gli errori mi hanno sempre perseguitato. Forse anche lui era perseguitato da qualche errore! Si può essere perseguitati da un rimorso a dieci anni? O forse era accaduto dopo…

Quando la trovai il sole non c’era quasi più. Il pomeriggio si era ridotto ad un tremolare grigiastro oltre le alture ad occidente. Non c’erano fili d’erba, né galline. Terra ce n’era e anche gli ulivi erano dove li avevo immaginati. Tesi in un abbraccio irrealizzato, dolorosamente spezzato.

Voglio tornare a casa mia.

L’amaca era sgualcita, immobile. Nessuna sorella, nessun genitore. Tutta la casa era silenziosa e vuota come un attimo perennemente interrotto. Vagai in quell’ombra per un tempo che cercai di paragonare al racconto di Ignazio. L’intruso, il lampo inspiegabile di curiosità che aveva fatto inciampare la mia quotidianità, aveva descritto con minuzia quei luoghi. Essi ora erano davanti al mio sguardo, esattamente come mi erano stati descritti. Ma spogliati di ogni luce. Dov’era tornato Ignazio? Dove era andato a cercare la sua casa? Avevo testimoniato il falso, credendo al delirio di uno sciocco? Non aveva trovato la sua tranquillità. No, non credo comunque che mi avesse mentito, nascosto qualcosa. E la mia serenità? Mi abbandonai sull’amaca, dubbioso della sua tenuta. Napoli era una bagliore lontano, un miraggio di luci e di fumi prima del mare nascosto sotto l’orizzonte. Da che era fuggito Ignazio? E da che ero fuggito io? Avevo la giubba sporca di terra e la sera conquistava ormai quel cortile senza voce. Desiderai tornare a casa. Per la prima volta da quel giorno, mi sovvenne questo ricordo. Mi ricordai di avere un posto a cui tornare, io. Un posto dove far riposare le mie domande. Un miagolio accorato accompagnò i miei stivali, proprio nell’istante in cui toccavano il suolo, in cui mi riportavano alla realtà.

Il gattino era minuscolo, leggero come lo avevo immaginato. Come lo avevo visto sulle labbra e nelle iridi accese di quel ragazzo, tra le dita della sua sorella. Credo che sorridesse, che in quel momento lui l’abbia vista sorridere, che abbia deciso di portarla con sé per sempre, in quel preciso istante. Il gattino mi chiamò ancora, miagolando un verso umano e sconsolato. Lo strinsi al petto e lo portai con me. Lo portai a casa. Lo portai a casa nostra, a cercare un po’ di tranquillità insieme. Ovviamente lo chiamai Ignazio.