#storiechecontano

Angelo Carasale

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I parteII parte

Il successo genera invidia. Lo urlavo ogni giorno aggrappato alle sbarre dalla mia cella, innocente come un bambino la cui sola colpa è quella di aver messo le mani sulla marmellata lasciata incustodita. Non è nella sua natura allungare la mano per fare suo quel barattolo? Lo vedete anche voi, con i vostri #haters che si scagliano contro chi spicca tra gli altri grazie al proprio talento, di qualunque tipo esso sia. Perché, comunque la pensiate, farsi seguire da migliaia di persone è un talento vero e proprio. Provateci voi a fare lo stesso.

Anche io ero circondato da #followers. Mi si avvicinavano docili come cuccioli per leccare quello che restava sulle mie mani e risplendere di luce riflessa. Poi iniziarono a parlarmi dietro, sputando falsità. Volevano essere come me, ma quando hanno capito che non ne avevano i mezzi, hanno utilizzato l’unica cosa che la natura gli avesse concesso in abbondanza: la cattiveria, quella tipica dei perdenti. L’unico modo per abbattere i giganti è colpirli alle spalle, per questo quando cadono lo fanno con la faccia nella polvere. Ah, se almeno fossi crollato su di loro per schiacciarli come meritavano, quei meschini!

Mio padre era un maniscalco, ma quell’umile carriera a me non interessava. L’unico metallo che volevo maneggiare era quello delle monete di cui sognavo di ricoprirmi e gli unici mezzi che avevo per riuscirci erano l’ambizione e l’intelletto con cui ero nato. Non volendo stare nel caldo infernale della nostra officina, decisi di diversificare l’attività di famiglia. Non solo zoccoli per le bestie, iniziai a vendere manufatti in ferro di ogni genere. Avevo clienti molto diversi tra loro, anche armatori – per le realizzazioni navali – e funzionari dell’esercito – per le palle di cannone e le armi con cui equipaggiare i soldati. Avevo una certa abilità nel convincerli a servirsi di noi.

Come facevo? La parola #partyhard vi dice qualcosa? Diciamo che ero l’unico a organizzare appuntamenti di lavoro anche nelle ore notturne, facendoli sembrare tutto fuorché incontri di lavoro. Era tutto lì il mio segreto: far divertire e divertirmi con i miei ospiti. Il mio ufficio era nelle sale più appartate delle locande, dove accoglievo i miei invitati con complicità e savoir-faire. Che belle parole inventano i francesi. Loro sì che ne capiscono di #stile. #Cocktail, piacevoli compagnie e chiacchiere confidenziali sono molto più convincenti che cataloghi e contratti.

Avreste dovuto vedere le mie #feste. Altro che #DanBilzerian, altro che #IlGrandeGatsby o #FlavioBriatore. Se si trattava di serate in cui valeva la pena esserci, state sicuri che erano le mie. Il mio nome iniziò a circolare alla corte dei Borbone fino ad arrivare al Primo Segretario. Una sera me lo trovai davanti come un ospite qualsiasi, venuto a verificare di persona quello che si diceva sulle mie serate. Fu l’ultimo a lasciare la festa e il primo a tornare a quella seguente.

Quell’incontro mi diede la spinta che aspettavo. Se fino a quel momento tutti i miei guadagni venivano reinvestiti in #PubblicheRelazioni, con quella conoscenza iniziai a fare più soldi di quanti ne potessi spendere. Indovinate a chi fu affidato l’incarico di realizzare 24 cannoni di bronzo? Ce l’avete davanti. E indovinate nello stesso periodo chi si ritrovò a parlare faccia a faccia con il Re, Carlo di Borbone, come un suo pari, discutendo degli appalti del Regno? Esatto, sempre io. Ma il successo più grande della mia ascesa fu un altro: la gestione del Teatro San Bartolomeo. A me, uno qualunque, senza santi in paradiso, erano state affidate le sorti del teatro più famoso di una delle città più importanti d’Europa. Sarebbe diventato il mio #MoulinRouge. La gioia era accecante, forse per questo non mi accorsi dell’invidia che cresceva attorno a me.

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